Il Vaticano non chiude la porta a Mosca: Gallagher rilancia la diplomazia della Santa Sede

La morte di Francesco non ha cambiato la linea della diplomazia vaticana sulla guerra russo-ucraina. A confermarlo è la missione che porta da oggi a Mosca monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, impegnato nella capitale russa fino al 28 agosto. Sul tavolo ci saranno gli incontri con i rappresentanti del Patriarcato di Mosca e delle autorità russe, compreso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov.

Alla vigilia della partenza, la Santa Sede ha preferito mantenere un profilo prudente, indicando come temi ufficiali le relazioni bilaterali, la cooperazione internazionale e alcune questioni globali. Ma è evidente che la guerra in Ucraina sarà uno degli argomenti centrali. Non potrebbe essere diversamente, considerando che l’invasione russa del 2022 ha prodotto una frattura profonda nei rapporti tra Mosca e Roma e ha complicato anche il dialogo tra cattolici e ortodossi.

Non è un dettaglio che Gallagher non torni a Mosca dal 2021. In questi anni, però, la Santa Sede non ha mai scelto di interrompere il dialogo con il Cremlino. La diplomazia vaticana ha continuato a muoversi anche attraverso l’inviato speciale per la questione umanitaria, il cardinale Matteo Maria Zuppi, mantenendo aperto un canale che Roma considera indispensabile proprio quando le relazioni internazionali diventano più difficili.

Il dialogo che Francesco non ha mai voluto interrompere

La posizione del Vaticano è stata tutt’altro che semplice. Da una parte la Santa Sede ha condannato l’aggressione russa; dall’altra, soprattutto durante il pontificato di Francesco, non sono mancate dichiarazioni e gesti di apertura verso Mosca che a Kiev sono stati accolti con irritazione.

Il problema è diventato ancora più delicato perché le relazioni diplomatiche tra Russia e Santa Sede sono relativamente recenti. Il riconoscimento reciproco della nunziatura apostolica a Mosca e dell’ambasciata russa presso la Santa Sede risale infatti al 2009. Un risultato al quale contribuì anche il miglioramento dei rapporti con il Patriarcato di Mosca, da sempre uno dei dossier più sensibili della diplomazia vaticana.

Ed è proprio sul terreno ecumenico che oggi le difficoltà sembrano maggiori.

La gerarchia ortodossa russa non ha ancora dimenticato la definizione con cui Bergoglio, in un’intervista, aveva indicato il patriarca Kirill come «chierichetto di Putin». Una frase che aveva lasciato una ferita profonda in un rapporto già complicato.

Nel frattempo è scomparso anche uno degli interlocutori più importanti di Roma. Il metropolita Hilarion, per oltre un decennio figura centrale della politica estera del Patriarcato di Mosca e considerato un interlocutore particolarmente disponibile al dialogo con il Vaticano, è stato progressivamente emarginato e trasferito a Budapest dopo l’inizio della guerra.

Per Roma, dunque, è quasi tutto da ricostruire.

La pace mancata e il gelo con Lavrov

Eppure, poco prima dell’invasione dell’Ucraina, il dialogo sembrava procedere in una direzione completamente diversa. L’allora Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani lavorava all’ipotesi di un nuovo incontro tra Francesco e Kirill, dopo quello storico del 2016 a Cuba.

La guerra ha fatto saltare quel percorso e ha trasformato il rapporto tra Mosca e Roma. Ma non ha cancellato la convinzione della Santa Sede che, prima o poi, sarà necessario tornare a parlare.

La visita di Gallagher va letta proprio in questa prospettiva. L’incontro con le autorità religiose non è separato da quello con il Cremlino: nella visione vaticana, la possibilità di mantenere un canale con Mosca passa anche dalla ricerca di una maggiore distensione sul fronte ortodosso.

Resta inoltre un precedente che a Roma non è stato dimenticato. Nel maggio 2025 Lavrov aveva respinto con bruschezza l’ipotesi di ospitare in Vaticano eventuali colloqui di pace tra Russia e Ucraina. «Sarebbe un po’ inelegante per Paesi ortodossi discutere in territorio cattolico», aveva dichiarato il ministro russo, aggiungendo che «lo stesso Vaticano non sarebbe a suo agio».

La proposta, in realtà, non era nata all’interno della Santa Sede, ma quelle parole avevano comunque lasciato il segno. Ora Gallagher potrebbe avere l’occasione di capire se quella chiusura rappresenti ancora la posizione di Mosca o se, nel frattempo, qualcosa sia cambiato.

Una piccola Chiesa da non lasciare sola

La missione di Gallagher avrà però anche una dimensione interna. Il segretario per i Rapporti con gli Stati incontrerà infatti la piccola comunità cattolica russa, che negli ultimi mesi ha perso la propria guida: l’arcivescovo Paolo Pezzi si è dimesso per motivi di salute dopo diciannove anni alla guida dell’arcidiocesi.

La presenza di un esponente di primo piano della Santa Sede assume quindi anche un significato pastorale. È un modo per ricordare ai cattolici russi che, nonostante le difficoltà politiche e diplomatiche, Roma non ha intenzione di allentare il legame con la propria comunità.

Il momento conclusivo sarà la Messa celebrata giovedì pomeriggio nella cattedrale dell’Immacolata Concezione.

Prevost cambia tono, non strategia

La vera novità del nuovo pontificato riguarda piuttosto il tono. Prima dell’elezione, Prevost aveva espresso una condanna dell’aggressione russa più netta di quella manifestata in alcune occasioni da Francesco. Ci si sarebbe potuti quindi attendere una revisione della politica vaticana verso Mosca.

Non è avvenuta.

La scelta di Leone XIV sembra confermare invece un principio fondamentale della diplomazia della Santa Sede: condannare l’aggressione non significa interrompere il dialogo con l’aggressore. Anzi, proprio quando i rapporti politici sono più compromessi, mantenere aperti i canali può diventare ancora più importante.

L’accoglienza riservata a Gallagher da Lavrov dimostra, almeno per ora, che anche Mosca considera utile questa linea. Il Vaticano non può pretendere di sostituirsi ai governi impegnati nei negoziati, né dispone degli strumenti per imporre una soluzione politica alla guerra. Può però conservare uno spazio di dialogo che altri interlocutori hanno progressivamente perso.

È una diplomazia paziente, spesso invisibile e non sempre compresa. Ma è precisamente questo il punto: la Santa Sede non vuole scegliere tra la condanna dell’aggressione e la possibilità di parlare con chi l’ha commessa.

A Roma, insomma, si è deciso di non abdicare alla diplomazia. E mentre la guerra continua a rendere sempre più difficile ogni ipotesi di pace, il Vaticano prova a preservare ciò che ancora rimane: un canale con Mosca, il dialogo con gli ortodossi e soprattutto una missione umanitaria che, per la Santa Sede, resta la priorità.

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