Petrolio, la tempesta perfetta si avvicina: energia e sicurezza tornano al centro della politica

Il problema non è più soltanto quanto costerà il petrolio domani. Il problema è capire se il mondo abbia ancora abbastanza petrolio disponibile per affrontare una nuova fase di tensione energetica senza pagarne un prezzo economico e sociale molto più alto.

La produzione di greggio in Medio Oriente non è ancora tornata ai livelli precedenti alla guerra, le scorte delle principali economie si stanno assottigliando e la disponibilità di carburanti diminuisce. Il risultato è già visibile nelle quotazioni: il Brent resta stabilmente sopra i 90 dollari al barile e in Italia la benzina è tornata a superare i 2 euro al litro.

È quella che gli analisti chiamano la «tempesta perfetta»: meno offerta, meno scorte, più domanda e mercati finanziari che iniziano a scommettere su ulteriori rialzi. Una combinazione che potrebbe riportare rapidamente il petrolio sopra quota 100 dollari e trasformare una crisi regionale in un problema globale.

Finora i principali organismi internazionali hanno trattato questo scenario come una delle ipotesi peggiori. Ma il rischio sta diventando sempre meno teorico. Il Fondo monetario internazionale aveva stimato che, in caso di prolungamento della guerra e di un prezzo del greggio stabilmente superiore ai 100 dollari, la crescita mondiale nel 2026 avrebbe potuto scendere dal 3 al 2 per cento, mentre l’inflazione avrebbe potuto avvicinarsi al 6 per cento.

Per le famiglie italiane il conto sarebbe ancora più concreto: oltre 2.200 euro di extracosti all’anno secondo le stime del Fondo.

Il punto di partenza della crisi rimane il Medio Oriente e, soprattutto, lo Stretto di Hormuz. È qui che si concentra una delle principali vulnerabilità del sistema energetico mondiale. La crescente tensione tra Stati Uniti e Iran non soltanto allontana una soluzione diplomatica, ma rende più difficile il transito delle petroliere e delle navi metaniere.

Quando il traffico riesce a procedere, dal Golfo Persico arrivano oggi tra i 7 e i 9 milioni di barili di greggio al giorno: meno della metà dei volumi precedenti alla guerra. E il problema non riguarda soltanto il petrolio.

Anche le esportazioni di gas naturale liquefatto hanno subito un drastico ridimensionamento. Gli approvvigionamenti provenienti dal Nord Africa e dagli Stati Uniti non sono sufficienti a colmare completamente il vuoto lasciato dal Medio Oriente, con un deficit stimato tra i 6 e gli 8 miliardi di metri cubi.

A rendere la situazione ancora più delicata è il fatto che il Medio Oriente non esportava soltanto greggio. Prima della guerra dal sistema regionale arrivavano milioni di barili al giorno di prodotti raffinati: benzina, diesel e carburante per l’aviazione. Alla riduzione di questi flussi si aggiungono le difficoltà del sistema petrolifero russo, colpito dagli attacchi ucraini contro numerose infrastrutture energetiche.

È dunque l’intera catena energetica internazionale a essere sotto pressione.

E c’è un altro elemento che potrebbe alimentare ulteriormente il problema: le scorte.

Le grandi economie hanno utilizzato parte delle proprie riserve per contenere l’aumento dei prezzi durante la fase più acuta della crisi. Ora, però, quelle stesse scorte devono essere ricostituite. I governi devono tornare sul mercato per acquistare petrolio proprio nel momento in cui sul mercato ce n’è meno.

È un meccanismo apparentemente semplice ma potenzialmente devastante: più Stati cercano contemporaneamente di ricostruire le proprie riserve, maggiore diventa la domanda di greggio e più difficile diventa contenere i prezzi.

Secondo le stime citate da Citi, tra febbraio e agosto le scorte mondiali di greggio sarebbero diminuite di circa 519 milioni di barili. L’Agenzia internazionale dell’energia ha rilevato inoltre che soltanto nel mese di luglio gli stock globali sono scesi di altri 69 milioni di barili, portandosi al di sotto dei 7,9 miliardi.

Non è soltanto una questione quantitativa. È una questione di sicurezza.

Gli Stati Uniti e il Giappone presentano infatti un deficit di scorte di greggio pari a circa un terzo rispetto ai livelli precedenti alla guerra. L’Europa dispone di una situazione relativamente migliore, ma ha comunque perso dall’inizio del conflitto una parte significativa della propria disponibilità di prodotti raffinati.

Questo significa che nei prossimi mesi i governi potrebbero essere costretti ad acquistare più petrolio del normale proprio quando il mercato dispone di meno petrolio.

Ed è qui che la crisi energetica rischia di trasformarsi in crisi economica.

Davide Tabarelli, presidente di Nomisma, pone la questione in termini molto chiari: «Dovremo chiederci, casomai, perché non siamo già a questi livelli». Secondo l’analista, sono infatti venuti meno alcuni degli elementi che nei mesi precedenti avevano contribuito a calmierare le quotazioni.

Le scorte sono state utilizzate, la Cina ha ridotto produzione e consumi, mentre l’offerta aggiuntiva proveniente da Paesi come Stati Uniti e Brasile ha contribuito solo parzialmente a compensare il deficit.

Per Tabarelli, entro la fine dell’anno il Brent potrebbe arrivare a 120 dollari al barile. E a quel livello gli effetti per i consumatori sarebbero immediati: «il petrolio a 120 dollari potrebbe facilmente tradursi in un aumento dei prezzi dei carburanti di 20 o 30 centesimi».

Non sarebbe soltanto un problema per chi utilizza l’automobile. Il prezzo dell’energia entra praticamente in ogni attività economica. Trasporti, agricoltura, industria, logistica e produzione alimentare risentirebbero direttamente dell’aumento dei costi. E attraverso questi settori l’inflazione arriverebbe nuovamente ai bilanci delle famiglie.

La vera preoccupazione, però, è che anche un eventuale accordo tra Stati Uniti e Iran potrebbe non essere sufficiente a risolvere rapidamente la situazione.

Una guerra può distruggere un’infrastruttura energetica in poche ore. Ricostruirla richiede mesi o anni. La ripresa della produzione petrolifera mediorientale non può quindi essere considerata automatica nel momento in cui dovesse arrivare un cessate il fuoco.

E nel frattempo bisognerà ricostituire le riserve.

È questa la parte più delicata della crisi: il mercato energetico non ha bisogno soltanto di petrolio, ma di petrolio immediatamente disponibile. Le capacità produttive future possono essere enormi, ma non risolvono il problema di una raffineria danneggiata, di una petroliera che non attraversa Hormuz o di una riserva strategica che deve essere ricostituita oggi.

L’energia torna così a dimostrare di essere molto più di una semplice voce economica. È sicurezza nazionale, politica estera, competitività industriale e, in ultima analisi, sovranità.

Per l’Europa questa consapevolezza dovrebbe rappresentare una priorità. La sicurezza energetica non può dipendere soltanto dalla speranza che le crisi internazionali si risolvano rapidamente. Occorrono diversificazione delle fonti, infrastrutture, stoccaggi adeguati, capacità di raffinazione e rapporti stabili con un numero sufficientemente ampio di Paesi produttori.

E per l’Italia la questione è ancora più importante. Un Paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche non può permettersi di considerare la politica energetica come una materia esclusivamente ambientale o industriale. È anche una questione di interesse nazionale.

La lezione di questa crisi è dunque semplice: la pace è la prima politica energetica.

Senza stabilità internazionale, ogni strategia di approvvigionamento diventa più fragile. Senza energia a prezzi sostenibili, ogni politica di crescita diventa più difficile. E senza una crescita economica sufficientemente forte, sono proprio le famiglie più deboli a pagare il prezzo più alto dell’inflazione.

La vera sfida dei prossimi mesi non sarà quindi soltanto evitare che il petrolio torni a 120 dollari. Sarà impedire che l’energia torni a diventare il punto di rottura dell’economia mondiale.

E l’Italia, insieme all’Europa, dovrà arrivare preparata alla prossima crisi. Perché una cosa è ormai evidente: nel mondo di oggi, chi controlla la sicurezza energetica controlla una parte decisiva della propria libertà politica ed economica.

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