La guerra che si combatte in Europa non si misura soltanto attraverso il rumore delle armi. Accanto al conflitto militare in Ucraina esiste ormai un fronte più silenzioso, fatto di attacchi informatici, sabotaggi, disinformazione e tentativi di condizionamento dell’opinione pubblica. È il terreno della cosiddetta guerra ibrida, una dimensione del confronto internazionale che coinvolge direttamente anche i Paesi dell’Unione Europea.
A rilanciare l’allarme è stato il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenendo in Irlanda durante la riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea. L’occasione è stata rappresentata dagli episodi verificatisi in Germania, dove le autorità hanno denunciato l’utilizzo di droni esplosivi nei pressi dell’aeroporto di Lipsia, definendo l’accaduto un possibile atto di guerra ibrida sul territorio tedesco.
Tajani ha espresso solidarietà alla Germania e ha invitato l’Europa a non sottovalutare il rischio di ulteriori interferenze. «Non escludo anche che possano esserci tentativi da parte della Federazione russa di interferire nella vita democratica dei paesi dell’Unione Europea», ha affermato, richiamando in particolare la possibilità di condizionare le libere elezioni attraverso strumenti diversi da quelli tradizionali.
Il tema è particolarmente delicato perché tocca il cuore stesso delle democrazie occidentali: la libertà dei cittadini di formarsi un’opinione e di esprimere il proprio voto senza pressioni esterne.
Una guerra senza carri armati
La guerra ibrida ha proprio questa caratteristica: non ha necessariamente bisogno di carri armati, aerei o missili. Può passare attraverso un attacco informatico contro un’infrastruttura, un tentativo di sabotaggio, una campagna di disinformazione sui social network, la diffusione sistematica di notizie false oppure l’utilizzo di strumenti tecnologici per alimentare divisioni già presenti nelle società occidentali.
Tajani ha ricordato come gli attacchi cibernetici contro i Paesi europei siano ormai una realtà ricorrente e come l’Italia stessa sia stata più volte interessata da attività attribuite ad hacker russi. La vicenda delle due persone accusate di essere spie russe ed espulse dall’Italia rappresenta, secondo il ministro, un ulteriore segnale di un’attività che non può essere ignorata.
Ma proprio perché il fenomeno è complesso, occorre evitare che l’allarme si trasformi in una lettura semplicistica della realtà.
Il ministro degli Esteri ha sottolineato che gli italiani non si faranno condizionare da eventuali tentativi di interferenza. È un’affermazione importante. La prima difesa di una democrazia, infatti, rimane la maturità dei suoi cittadini.
Il confronto nella maggioranza
Sul tema è arrivata però una posizione differente da parte dell’altro vicepremier, Matteo Salvini. Il leader della Lega ha invitato alla prudenza, dichiarando di non voler mettere in discussione la libertà di scelta degli italiani e manifestando preoccupazione per quella che ha definito una «ansia anti russa».
Le due posizioni non sono necessariamente inconciliabili. Una democrazia deve infatti essere capace di difendersi dalle interferenze straniere senza trasformare ogni opinione diversa dalla propria in un prodotto della propaganda di una potenza straniera.
È questo uno dei punti più delicati della questione.
Denunciare la disinformazione non può significare delegittimare il dissenso. Difendere l’Occidente non significa pretendere che tutti i cittadini condividano le stesse valutazioni sulla guerra in Ucraina, sulla Russia o sulla politica internazionale. La pluralità delle opinioni è una caratteristica della democrazia, non una sua debolezza.
La vera sfida consiste quindi nel distinguere tra il legittimo confronto politico e l’interferenza organizzata dall’esterno.
L’Europa deve imparare a difendersi
Il problema riguarda comunque l’intera Europa. Se l’obiettivo di una strategia di guerra ibrida fosse quello di rendere più difficile la costruzione di una politica comune, alimentando divisioni tra gli Stati e rafforzando forze politiche apertamente ostili all’integrazione europea, la risposta non potrebbe essere affidata ai singoli governi.
Servirebbe una capacità europea di protezione delle infrastrutture strategiche, di sicurezza informatica, di contrasto alla disinformazione e di tutela dei processi elettorali.
La sicurezza del futuro non sarà soltanto militare. Sarà anche energetica, tecnologica, economica e informativa. Un Paese può essere perfettamente protetto da un attacco convenzionale e contemporaneamente risultare vulnerabile se le sue reti informatiche possono essere paralizzate, le sue infrastrutture critiche colpite o il dibattito pubblico manipolato.
È proprio per questo che la sicurezza europea deve essere concepita come una sicurezza a tutto campo, capace di proteggere non soltanto i confini, ma anche la libertà dei cittadini.
La lezione della tradizione democratica
La tradizione politica della Democrazia Cristiana ha sempre considerato la libertà politica come inseparabile dalla responsabilità. Difendere le istituzioni significa certamente proteggerle dalle minacce esterne, ma significa anche renderle abbastanza solide da sopportare il dissenso, il confronto e persino le opinioni più scomode.
Per questo la risposta alla guerra ibrida non può essere la paura. Deve essere una democrazia più forte.
Più informazione, più cultura istituzionale, più educazione digitale, maggiore trasparenza e una capacità europea di individuare e neutralizzare le interferenze straniere rappresentano strumenti molto più efficaci della semplice contrapposizione ideologica.
E soprattutto occorre evitare che la guerra ibrida riesca nel suo obiettivo più pericoloso: convincerci che siamo tutti nemici gli uni degli altri.
L’Europa deve certamente alzare la guardia. Ma deve farlo senza perdere sé stessa. Perché la migliore risposta a chi vuole indebolire le nostre democrazie non consiste nel restringere la libertà, bensì nel renderla più consapevole, più responsabile e più difficile da manipolare.
In un’epoca nella quale le guerre possono arrivare senza essere dichiarate e gli attacchi possono colpire uno smartphone prima ancora di un’infrastruttura, la difesa della democrazia diventa una responsabilità quotidiana. E per l’Europa, chiamata a costruire una propria autonomia strategica, questa non è più una scelta: è una necessità.

