L’ipotesi di innalzare da 85 mila a 100 mila euro la soglia di ricavi e compensi per accedere al regime forfettario riapre una questione centrale per il futuro del sistema fiscale italiano: come sostenere il lavoro autonomo, favorire la crescita delle attività professionali e delle piccole imprese e, nello stesso tempo, garantire un trattamento equo tra le diverse categorie di contribuenti.
La proposta, sostenuta dalla Lega nell’ambito della discussione sulla prossima manovra finanziaria, punta ad ampliare la platea di chi può beneficiare della tassazione agevolata, mantenendo l’imposta sostitutiva del 15%, ridotta al 5% per le nuove attività che rispettano i requisiti previsti. Si tratta di un intervento che potrebbe offrire maggiore continuità fiscale a molti professionisti e lavoratori autonomi, ma la cui reale convenienza dipenderà dalle modalità con cui verrà costruito.
Il punto più delicato riguarda infatti il rapporto tra imposte sui redditi e applicazione dell’Iva. Tra le ipotesi allo studio vi sarebbe la possibilità di conservare il vantaggio della flat tax fino a 100 mila euro, prevedendo tuttavia l’assoggettamento agli ordinari obblighi Iva oltre la soglia di 85 mila euro. Una soluzione che consentirebbe di ampliare il beneficio fiscale senza superare il limite europeo previsto per la franchigia Iva delle piccole attività, ma che produrrebbe conseguenze differenti a seconda del settore e della tipologia di clientela.
Un professionista che lavora prevalentemente con imprese in grado di detrarre l’Iva potrebbe assorbire più facilmente il cambiamento. Diversa sarebbe la situazione di chi offre servizi direttamente ai cittadini: in questo caso, l’applicazione dell’imposta potrebbe tradursi in un aumento del prezzo finale oppure in una riduzione del compenso netto, qualora il professionista decidesse di mantenere invariato il costo per il cliente. D’altra parte, l’ingresso nel regime Iva ordinario consentirebbe anche di recuperare l’imposta sugli acquisti nei casi previsti dalla normativa.
Per questo motivo, una riforma efficace non dovrebbe limitarsi a innalzare una soglia numerica, ma dovrebbe valutare attentamente le ricadute sulle diverse attività economiche. La semplificazione fiscale è un obiettivo condivisibile, soprattutto per chi opera in un contesto caratterizzato da costi crescenti, adempimenti burocratici e incertezza economica. Tuttavia, un’agevolazione deve essere costruita in modo da non produrre effetti distorsivi e da offrire ai contribuenti regole chiare, stabili e prevedibili.
Accanto all’ampliamento del regime forfettario emerge, inoltre, una seconda questione che merita altrettanta attenzione: il limite di reddito da lavoro dipendente o da pensione per accedere alla tassazione agevolata in presenza di un’attività autonoma. Per il 2025 e il 2026 tale soglia è stata elevata a 35 mila euro. In assenza di una proroga, dal 2027 tornerebbe a 30 mila euro, con il rischio di escludere dal regime alcuni contribuenti che affiancano a uno stipendio o a una pensione una piccola attività professionale.
È qui che si manifesta una contraddizione da evitare. Da un lato, si intende offrire maggiori opportunità a chi raggiunge livelli di fatturato più elevati; dall’altro, si potrebbe restringere l’accesso all’agevolazione per chi svolge un’attività secondaria, magari per integrare il proprio reddito o valorizzare competenze professionali. Il lavoro aggiuntivo, quando regolare e correttamente dichiarato, dovrebbe essere incoraggiato e non scoraggiato da soglie che rischiano di produrre discontinuità difficili da comprendere per i contribuenti.
La tradizione democratico-cristiana ha sempre attribuito grande importanza al valore sociale del lavoro, all’iniziativa economica e alla responsabilità individuale. Un sistema fiscale giusto deve riconoscere la funzione di chi crea attività, offre servizi, assume rischi e contribuisce allo sviluppo del Paese. Ma deve anche considerare le esigenze di chi vive prevalentemente di stipendio o di pensione, evitando che le diverse categorie siano poste in competizione tra loro.
La questione, dunque, non è scegliere tra lavoratori autonomi e dipendenti, né contrapporre chi produce redditi più elevati a chi dispone di entrate più contenute. La vera sfida consiste nel costruire un sistema fiscale che premi l’iniziativa senza generare nuove disparità, sostenga il ceto medio e renda conveniente lavorare, investire e intraprendere.
Naturalmente, ogni agevolazione deve essere accompagnata da una valutazione seria dei costi per lo Stato e delle risorse effettivamente disponibili. L’esperienza delle precedenti modifiche al regime forfettario dimostra quanto sia importante stimare correttamente gli effetti delle misure fiscali, evitando che interventi annunciati come strutturali diventino strumenti temporanei, condizionati dalle esigenze delle successive manovre di bilancio.
In una fase in cui le famiglie devono affrontare il costo della vita e le attività economiche cercano condizioni favorevoli per crescere, la stabilità delle regole rappresenta essa stessa un valore. Professionisti e piccoli imprenditori hanno bisogno di sapere su quali presupposti fiscali potranno contare negli anni successivi, così da programmare investimenti, assumere impegni e organizzare il proprio futuro.
La flat tax può quindi rappresentare uno strumento utile, ma non può essere considerata, da sola, la soluzione ai problemi della fiscalità italiana. Occorrono una riforma organica, una semplificazione effettiva degli adempimenti e un equilibrio tra agevolazioni, sostenibilità dei conti pubblici e giustizia tributaria.
La politica ha il compito di trasformare le proposte in misure coerenti, evitando che la ricerca del consenso immediato prevalga su una visione di lungo periodo. Perché un fisco più semplice non deve essere soltanto un fisco meno oneroso per alcuni, ma un sistema più comprensibile, stabile ed equo per tutti. È da questo equilibrio, nel rispetto del lavoro e della dignità di ogni contribuente, che può passare una politica economica realmente orientata al bene comune.

